Linee d’ombra, confini effimeri tra un polveroso raggio di sole e un vecchio intonaco che conserva il colore e l’odore dei secoli trascorsi; la luce svela ciò che l’ombra vuole celare. La luce e l’ombra sono la materia prima della fotografia e definiscono le quinte di una commedia umana, un gran teatro dei caruggi i cui protagonisti si muovono veloci o attendono immobili, parlano, lavorano, litigano in mille lingue, commerciano, cantano, guardano e sono guardati. Linee d’ombra, linee che separano nettamente la luce che spiove nel caruggio per svelarlo e l’ombra che lo nasconde. Non è solo una questione di fotoni, non sono solo i raggi che Gilberto Govi prendeva gratis in piazza Banchi; sono linee che separano le vite, che tracciano confini immateriali ma non per questo meno solidi dei muri in pietra. Il sole, come sappiamo, illumina sempre gli ultimi piani delle alte case del centro storico, le rende magnifiche, accende gli affreschi, riempie i terrazzi di fiori e piante aromatiche; i piani bassi sono un’altra storia, essi sono quasi sempre sotto la linea d’ombra che li condanna all’oscurità. Una volta esistevano degli schermi mobili in tela bianca (in genovese dette mampæ) che, posizionati in modo giusto, catturavano il sole dalla sommità del vicolo e lo riflettevano all’interno delle case, l’osservatore attento ne trova qualche traccia ancora adesso. Anche il selciato soffre di questa carenza di luce, tranne nei momenti meridiani in cui il sole si fa prepotente e magari per pochi minuti irrompe e illumina, svela e asciuga le ossa. Questi momenti sono graditi a chi vive nei bassi o sulla strada, per vendere merci o vendere il proprio corpo oppure oziare sulla soglia di un bar; una danza lenta porta le persone a spostarsi nelle chiazze di sole, quasi come una ricompensa per le lunghe ore trascorse all’ombra. Nessuno vuole sottrarsi alla luce, neanche chi ha qualcosa da nascondere, è una sorta di zona franca, una sospensione momentanea delle regole. Se passa un’Ape scoppiettante la polvere si solleva, rendendo i raggi più materiali, quasi solidi per le particelle che salgono danzando. Questi confini, a volte netti a volte più sfumati, sono la vera particolarità del centro storico, la luce sempre mutante costruisce architetture nuove o ne svela di antiche; quando la luce colpisce radente una vecchia facciata una miriade di particolari saltano agli occhi, intonaci scrostati, tracce di affreschi, grovigli di cavi e tubi che risalgono a volte a qualche secolo fa, madonne, santi e lapidi dimenticate. Se è vero che la fotografia è la meraviglia di costruire immagini dalla luce, i carruggi di questa vecchia città sono, o possono essere, l’apoteosi della fotografia; una sfida continua per cogliere ciò che l’occhio vede ma anche ciò che l’occhio spesso non vede, perché pigro o distratto.
Chi attraversa gli antichi quartieri dell’angiporto, Prè, Molo, Maddalena, ma anche il Carmine, più appartato con il suo fascino senza tempo, non può restare indifferente alla rappresentazione umana che negli anni vede cambiare i protagonisti ma il cui copione è (quasi) sempre lo stesso. Il continuo comparire e scomparire, le svolte improvvise, i porticati che inghiottono le persone come per magia, il frastuono di un carretto (o è una valigia con le ruote?) sul selciato, momenti di calma e momenti di furia, niente resta uguale, niente cambia veramente. Come si possono fotografare i suoni, gli odori e gli umori dei caruggi? Occorrono scarpe comode, un po’ di sfacciataggine, amore per le persone, per le storie e per le pietre, e tempi lunghi; devi conoscere ogni vicolo, non temere gli angoli bui, fare amicizia e conoscere gli ostacoli. Se fai questo per molti anni forse puoi aspirare ad avere un posto tuo nella rappresentazione, un posto in prima fila, puoi catturare qualche frammento di cronaca e di vita, cercando di non barare. La fotografia in bianco e nero mi permette di concentrarmi sulle microstorie senza distrazioni, non ci sono didascalie e neanche un ordine in queste foto, nessuna classificazione in base al soggetto o al luogo in cui sono state scattate, nessuna data; in alcuni casi nel libro si sono formate, quasi per caso, coppie di fotografie che si affacciano una sull’altra, forse un tentativo di dialogo, forse un’attrazione formale. Le fotografie parlano, sono dirette, non necessitano della mediazione delle parole, almeno questa volta, i luoghi sono riconoscibili oppure no, ma questo non è importante.
Questo progetto, che mi ha impegnato negli ultimi anni, si è sviluppato in modo autonomo, quasi indipendente dalla mia volontà, infatti ho cominciato ad accorgermi, guardando a sera le fotografie della giornata, che ero irresistibilmente attratto da questi tagli netti tra luci ed ombre, fisiche o immateriali. Sono quasi tutte fotografie scattate sulla strada, a quota zero del mondo fisico, luogo di straordinario interesse umano. Non amo scattare di nascosto, preferisco muovermi tra la gente con attenzione e rispetto, scambio spesso piccoli gesti o sorrisi per creare una sorta di complicità o almeno di blanda concessione; per questo molte fotografie raccontano frontalmente la vita nei carruggi, i vecchi e i nuovi abitanti, le attività tradizionali e quelle nuove, negozi vecchi di secoli e negozi aperti sull’onda dell’arrivo dei nuovi genovesi. Mi piace anche raccontare la vita segreta delle cose, dei muri, i portoni, le inferriate, cose che non hanno uno status ufficiale di antichità come i bassorilievi, le colonne, le bifore, ma contribuiscono a rendere unico l’ambiente urbano, quasi un ecosistema inorganico ma che si trasforma in continuazione; la sfida è trovare i particolari rimasti intatti che raccontano mille storie a chi sa leggerli. L’assieme delle fotografie potrebbe disegnare una sorta di mappa mentale e visuale, una possibile stele di Rosetta per tentare una traduzione molto soggettiva delle risposte ad una domanda che molti si pongono e alla quale non si può rispondere in modo univoco: che cosa è il centro antico di Genova oggi, che cosa sarà domani? Sarà travolto dalla gentrificazione, messo sotto spirito dalla movida, svenduto pezzo per pezzo all’industria del turismo effimero, svuotato dal suo fardello di varia umanità oppure riuscirà a mantenere, pur nella trasformazione, il suo carattere e la feconda e promiscua socialità del passato?
Nei miei precedenti lavori sul centro storico spesso ho dialogato con il passato, rintracciando attraverso le mie vecchie fotografie luoghi e aspetti della vita quotidiana ormai scomparsi o trasformati irrimediabilmente; adesso invece voglio parlare dell’oggi e del domani. Troverete nelle fotografie di queste pagine scorci dell’immenso patrimonio storico, artistico e architettonico di cui molto si parla ma che spesso è lasciato a sé stesso, luoghi senza tempo e altri ormai trasformati, tra protagonisti bambini che giocano o anziani stanchi, una umanità tra speranza e disperazione, insomma, la vita. Questo libro vuole essere un invito a tutti, venite nei caruggi, lasciate i pregiudizi, perdetevi senza paura, siate curiosi e disponibili tra queste ombre che veloci lasciano il campo alla luce, vivrete un’esperienza straordinaria! Come scrive Walter Benjamin in Infanzia berlinese, «non sapersi orientare in una città non vuole dire molto. Ma smarrirsi in essa, come ci si smarrisce in una foresta, è una cosa tutta da imparare».
Il mio lavoro è spesso influenzato da quello di altri ben migliori di me, per questo viaggio ho avuto idealmente accanto Giorgio Bergami con la sua inesauribile passione per Genova e Ara Güler che ha fotografato magistralmente la vita quotidiana della sua Istanbul, lasciandoci una straordinaria storia visuale di quella città, così simile alla nostra, in cui spesso anch’io mi sono smarrito.
in compagnia di Giorgio Bergami
Un fatto è accertato, le immagini di questo volume non sono state generate dall’intelligenza artificiale ma create da un uomo in carne e ossa, Adriano Silingardi. Chi scrive è in grado di garantirne personalmente l’esistenza, sua e della sua fotocamera. Silingardi, in più di cinquant’anni di lavoro, ha sempre praticato la fotografia come forma di impegno etico, civile e politico; non si è infatti mai discostato dal programma “militante” di utilizzare le immagini come strumento di interpretazione e di critica del reale. In un’epoca in cui la finzione tende a inglobare il mondo, la sua attitudine è una qualità preziosa che merita di essere segnalata. Fotografando, nel corso del tempo, il centro storico di Genova Silingardi aggiunge però a questo atteggiamento culturale e stilistico un supplemento di significato: l’amore per i luoghi che ritrae e in cui ha trascorso buona parte della sua vita. Se esiste, ed esiste, un genius loci della città, abita questi vicoli, anzi, per meglio dire, vi si nasconde, braccato dal degrado e dalla gentrificazione, ma sempre vivo e vitale, nonostante tutto. Il fotografo lo insegue senza sosta, lo scova per un attimo prima che si ritragga in una delle tante linee d’ombra che disegnano i caruggi. Eccolo, lo spirito del luogo, la divinità casalinga che porta sulle spalle, esili ma robuste, il peso della Storia ma anche della cronaca, i profumi e i tanfi della civilizzazione, le ineluttabili contraddizioni dell’esistenza. Eccolo che spunta, improvvisamente, nella forma di un pescespada, davanti a una pescheria, che purtroppo oggi non esiste più. È il bambino che gioca ancora per strada, rendendo famigliare anche la piazza più monumentale, è il venditore di farinata nella sua bottega, la lavanderia automatica incastonata in un salone medievale, il fruttivendolo marocchino, la suora e la donna con il burqa bloccate per l’eternità in un’istantanea alla Cartier-Bresson. Il fotografo genovese predilige un approccio “dialettico’’ - e la dialettica principale è proprio quella fra luce e ombra - impagina le sue fotografie in bianco e nero per opposizione o per similitudine in una sorta di dialogo continuo e silenzioso che il libro persegue con instancabile coerenza. Queste immagini insistono nel riproporci la vita quotidiana, l’unica che realmente ci interessa. Qui non vediamo la città turistica, se non nella fantasmatica apparizione di un risciò a pedali. I bar non sono frequentati da crocieristi ma abitati da pensionati, probabilmente ex portuali o vecchi operai dei cantieri navali, che sembrano trovarsi lì, con il loro biancamaro, da tempo immemorabile, un tempo senza tempo che è il tempo della nostra infanzia. Questa non è la “Genova meravigliosa” degli spot e dello stucchevole trionfalismo politico e, proprio per questo, è davvero meravigliosa. In questo senso le foto di Silingardi, se così si può dire, “prendono posizione”, sono una scelta che potremmo tranquillamente definire ‘ideologica”, nel senso più alto di questo termine un po’ bistrattato, ma che in realtà nasconde “semplicemente” una visione del mondo, in questo caso opposta a quella prevalente e prevaricante del “there is no alternative”. In questi vicoli c’è un’alternativa che è quella della vita, insopprimibile, resistente, indisciplinata. Qui è ritratto quell’infraordinario, così difficile da raccontare, di cui parlava Georges Perec. Lo scrittore infatti già negli anni sessanta, di fronte all’ invadenza mediatica, si domandava: “Quello che succede veramente, quello che viviamo, il resto, tutto il resto, dov’è? Quello che succede ogni giorno e che si ripete ogni giorno, il banale, il quotidiano, l’evidente, il comune, l’ordinario, il rumore di fondo, l’abituale. In che modo renderne conto, in che modo interrogarlo, in che modo descriverlo?”. Silingardi prova a interrogare l’abituale, tentando di restituire un senso alle immagini, di fronte al profluvio di frammenti visivi senza peso in cui siamo immersi.
Perché ci interessa e ci coinvolge vedere l’homeless sullo scalino del palazzo nobiliare, l’anziano che contratta con l’ambulante nigeriana, un frammento di scultura a fianco di un cassonetto della spazzatura, un bambino che dorme sulla spalla del padre? Forse è la presenza palpitante di ciò che è umano, che tutti dovremmo essere in grado di riconoscere, ma che troppo spesso sembra scomparire dal dibattito pubblico, di fronte al prevalere del denaro, delle statistiche, dei divieti, dell’asfissiante propaganda, dell’arroganza di chi detiene anche il più piccolo e miserabile dei poteri. Queste fotografie ci mostrano (come diceva Walter Benjamin: “Non ho niente da spiegare solo da mostrare”) il cuore della nostra città (e sottolineo nostra), un cuore che pulsa e a volte può anche sanguinare ma che non si arrende.
Giuliano Galletta