Che grande soddisfazione fotografare Genova, i suoi tramonti, le sue strade, i carruggi, i forti, il mare e le nuvole. Questa è una città bellissima, è facile innamorarsi e perdersi in essa. Ma dietro le quinte, dove i turisti non arrivano, esiste un’altra dimensione, un mondo parallelo che ha pochi punti di contatto con l’altro. Qui sono i luoghi perduti. Per capire dobbiamo leggere la storia della città, che si evolve, cresce, si estende nel tempo e nello spazio fino a trovare una dimensione ideale; quando violenta i suoi limiti sfida il destino. L’espansione fine a se stessa, gli errori e gli orrori urbanistici, la politica spesso miope e l’amministrazione dei beni comuni colpevole o indifferente danno il colpo di grazia; le ferite non guariscono più, il tessuto si smaglia e il respiro si fa corto. I risultati sono il disastro idrogeologico, il consumo di terra, le costruzioni esagerate in collina che richiedono opere di contenimento spaventose e fragili. Un solo esempio, la collina su cui sorge il popolare quartiere di Quezzi; non un metro di terra libera è rimasto tra le case, i muraglioni, le strade e i torrenti nascosti. Quando piove l’acqua si riversa in basso con velocità impressionante, nulla la trattiene. Può esserci un futuro sostenibile per Quezzi e per altri quartieri? I punti più vulnerabili sono sempre le periferie, nate spesso con un destino segnato di bruttezza e abbandono. Non mancano però piccoli o grandi abissi neanche nei quartieri storici, dove spesso architetture di pregio o testimonianze importanti convivono con oggetti urbani di ignobile fattura e dove i torrenti serpeggiano sotto le case, a volte anche dentro le case. Manca anche l’interesse di molti cittadini per la bellezza e l’armonia, la cura delle cose è limitata all’interno delle mura di casa, già il portone o il cortile sono terre aliene, da usare e dimenticare; i portoni sbilenchi, le facciate butterate, i cavi elettrici che si aggrovigliano in festoni malati non destano nessuna attenzione. Così ci abituiamo agli sconci, non pratichiamo la bellezza e quindi non la pretendiamo dagli altri. Questi luoghi sfuocati sono diventati lo scenario di una mia lunga avventura visuale e umana, un viaggio a piedi in molte tappe che mi ha portato negli ultimi anni a percorrere strade, sentieri, scalinate infinite che uniscono, o spesso dividono, zone della città che abitualmente non si parlano e non si conoscono. Ho capito che solo camminare senza meta lascia la libertà di scoprire luoghi nascosti o dimenticati, la sorpresa e la meraviglia di trovare angoli di città di cui non si occupa nessuno, abitati talvolta dagli invisibili, uomini, donne e bambini che vivono nei muri e sotto i cavalcavia vertiginosi sui quali ogni giorno sfrecciamo ignari. Ho attraversato mercati abbandonati, fabbriche spente dalle crisi, un centro storico dove si estinguono le attività tradizionali e proliferano i negozi automatici e gli spacci di alcol a poco prezzo. Il degrado e il dissesto urbano e sociale nascono in modi diversi, per ragioni diverse, spesso per interessi distorti, a volte solo per ignavia. In queste fotografie manca quasi del tutto la figura umana, non è una scelta stilistica ma la prova di come certi spazi allontanano le persone costringendole ai margini dell’immagine, non protagoniste ma ombre di passaggio. Basta con le parole, inizia qui il viaggio, si va a rovistare nelle viscere della città, a sporcarsi gli occhi e le scarpe, nella consapevolezza che molto si può ancora fare, ma bisogna farlo presto. Molti titoli delle foto vengono dalla mia giovanile passione per la fantascienza e descrivono bene le mie sensazioni davanti a situazioni fuori dal mondo!