Il primo riferimento nelle opere di Luciana Trotta è il teatro, non tanto per la descrizione precisa della realtà rappresentata, quanto per il dinamismo vorticante delle scene. Le forme sono quindi ridotte a tratti essenziali, perse dalla policromia del movimento. Esattamente come nelle geometrie di Raoul Dufy, sono virgole monodimensionali inglobate nelle linee cinetiche di uno sfondo pieno e fauve nella sua quasi vivacità eccessiva. La saturazione di ogni superficie visualizza un’interiorità che deborda nella tensione sociale, come avveniva con l’Espressionismo di August Macke che, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, mostrava i funamboli del circo. E tuttavia, i mille mondi dell’artista godono di un respiro mediterraneo, influenzato da Matisse e dalla commedia napoletana. È una sintesi grafica che si nutre del segno estremo per sviluppare una ricerca sospesa tra intuizione e livello onirico dell’insieme. Ogni composizione va infatti letta nella sua complessità variabile, come un calendario ad elementi rotanti. Tempo e Spazio sono i protagonisti assoluti, non per il valore stagionale di ciascuna tavola ma per la sequenzialità narrativa della storia, composta secondo una struttura combinatoria che ricorda il metodo di Calvino o di Cortázar, sia all’interno di un singolo lavoro sia nella costruzione di un percorso espositivo personale. Nella creazione dei cicli epici della tradizione orale popolare, i cantastorie utilizzavano i diversi episodi concatenati in un ordine variabile, ma solo alcuni erano destinati a restare nella memoria del pubblico. Analogamente, qui lo spettatore interagisce con l’artista – burattinaia e coreografa – richiamando il proprio background culturale per interpretare questo Giardino dei Tarocchi. Il destino individuale è nascosto negli schizzi e nell’uso forte dei primari che, accostati, generano un effetto musicale al contempo dissonante e armonico.
Elena Colombo per la presentazione della mostra "1000 mondi", Satura 2014