via Madre di Dio

Via Madre di Dio, stampa all'albumina, C.Degoix
Agenzia di pegni, via Madre di Dio, 1973 ©Adriano Silingardi

La città invisibile, una storia fotografica di via Madre di Dio.

Non è facile parlare di via della Madre di Dio, della sua storia, della sua fine e della sua nuova vita. Non è facile perché la sua storia è stata raccontata molte volte e la fine è stata un dramma per i suoi abitanti, una sconfitta per la città e infine una resurrezione che è più vicina ai film di George A. Romero che alle parabole del Vangelo. Per quelli troppo giovani per ricordare e per quelli che hanno ignorato o dimenticato, ho provato a descrivere con la fotografia il percorso di una piccola valle “fuori le mura” trasformata nei secoli in un quartiere immortalato da illustratori, pittori e fotografi, distrutto con la cattiveria che solo la sete di guadagno degli speculatori e l’indifferenza dell’opinione pubblica può scatenare ed infine risorta come agglomerato di architetture neo-brutaliste dalla vivibilità incerta. Tutte le fotografie di questo libro sono state scattate da me nel corso di parecchi decenni, dai giorni della polvere e del cemento all'odierno sviluppo di una sorta di nicchia ecologica, una zona sospesa al centro della città, con la sua flora, la sua fauna, i suoi predatori e le sue vittime. Il cratere urbano che occupa la valle oggi nasconde zone morte, piccole giungle spontanee, pozzi senza fondo, agghiaccianti passaggi, pericolose scalinate, angoli di lordure infinite e spazi di bellezza residuale.

Sembra un pianeta a sé stante, oppure una dimensione parallela in cui puoi trovarti improvvisamente spiazzato se scendi una scala o precipiti giù da un antico carruggio sopravvissuto solo nella toponomastica. Eh già, alcuni luoghi hanno ancora gli antichi nomi - vico Boccafò, salita Montagnola dei Servi, vico del Pomo-granato -, nomi che ancora oggi evocano perduti ricordi negli antichi abitanti del quartiere, cacciati con le buone o, più spesso, con le cattive dalle loro case. Questa è una storia nella storia, un gruppo di persone che ancora oggi, a distanza di decenni, ricorda la comune appartenenza e celebra un rito di memoria alimentato da fotografie di comunioni, cresime, foto scolastiche o istantanee sul terrazzo di quelle case ancora oggi rimpiante. I vecchi protagonisti degli sgomberi ormai sono anziani, moltissimi sono scomparsi, tutti i superstiti e i loro discendenti sono sparsi per la città. Hanno un attaccamento alle radici che appare incomprensibile in un mondo ormai veloce e superficiale, un amore sconfinato per un quartiere vissuto come un mondo felice, i cui problemi e le cui difficoltà di vita sbiadiscono, insieme ai ricordi, ai nomi dei compagni di scuola o dei vicini di casa. Ci sono anziani che non sono più tornati a vedere quel luogo, che non hanno mai trovato la forza di salire su un autobus e scendere dai quartieri collinari dove erano stati scaraventati. Alcuni di loro, nati nel dopoguerra, hanno acconsentito alla pubblicazione delle vecchie foto di famiglia, straordinarie testimonianze dal basso della vita quotidiana nel quartiere. Comunioni, matrimoni, gite, partite di calcio, luoghi di lavoro (quasi sempre in porto o nei bacini), momenti qualsiasi di vite normali e per questo importanti, arricchite dai giochi in strada o dalle recite scolastiche all’Embriaco di via Fieschi. Madre di Dio ha avuto, tra le sue caratteristiche, la vicinanza al mare, il vero mare, quello dove si nuota e ci si tuffa dagli scogli; più vicino la Cava e verso la Foce i bagni Strega. Molte foto hanno fermato momenti felici al mare, specie tra i bambini e gli adolescenti; pochi altri quartieri potevano vantare una simile caratteristica! Ho utilizzato con grande rispetto le fotografie che ognuno dei protagonisti ha condiviso, immaginando di trovare un percorso e una traccia della presenza e della vita di tante persone che hanno vissuto in questi carruggi. Ne è uscito un labirintico tracciato tra storia, memoria e l’immagine attuale di questa landa che stimola reazioni contrastanti in chi l’attraversa.

Sarebbe compito degli amministratori pubblici delineare un futuro possibile per quest’area così centrale ma così lontana dalla vita quotidiana dei genovesi, serve uno sforzo di immaginazione e la capacità di servirsi delle intelligenze che in questa città non mancano. Negli anni si sono susseguite iniziative culturali nate da quel tessuto giovanile e non solo che attraversa Genova e i suoi quartieri. Purtroppo nessuna di esse è sopravvissuta al disinteresse pubblico ed alla conseguente carenza di fondi. Se continua così la valle perduta nel cuore di Genova resterà un territorio indefinito, una ennesima occasione persa.

Il titolo di questo libro (Il Canneto editore, Genova) è un omaggio a chi vede ancora, con la forza della memoria, una città svanita baluginare sotto quella reale, una città invisibile a molti, ma non a tutti.

Via Madre di Dio oggi, ©Adriano Silingardi
Via Madre di Dio oggi, le persone di ieri ©Adriano Silingardi

La prefazione di Giuliano Galletta

Tutte le macerie si assomigliano, ma le macerie non sono tutte uguali. Nella foto che Adriano Silingardi ha scelto per la copertina del suo libro, vediamo i resti di un edificio di via Madre di Dio. A distruggerlo avrebbe potuto essere un bombardamento, un terremoto, un'esplosione, un crollo strutturale; in realtà sappiamo di trovarci di fronte a un atto volontario, cioè a una precisa scelta urbanistica, quindi politica e perciò di potere. Si distruggono interi quartieri per ricostruirli, si abbatte il “vecchio”, per definizione “fatiscente”, (ma chi ha voluto che diventasse tale?), molto spesso l’antico, in nome del progresso, o di qualcosa che è considerato tale. Quando questo tipo di distruzione avviene c'è un termine molto efficace per definirlo: sventramento. La parola è stata adattata all'urbanistica fin dall'Ottocento, quando il Barone Haussmann trasformò il “ventre di Parigi”, ma in origine il vocabolo si riferiva a una forma di tortura e di pena capitale, che Michel Foucault ha ben descritto in Sorvegliare e punire. Il lessico ci insegna che tra sventrare un uomo e sventrare una città non c’è molta differenza. La città, infatti, è carne viva, come ha spiegato Marc Augé: «La storia è anche violenza, e spesso lo spazio della grande città ne riceve in pieno i colpi e porta il segno delle ferite. Questa vulnerabilità e questa memoria somigliano a quelle del corpo umano, e sono indubbiamente esse che ci fanno sentire la città così vicina, così emozionante. La nostra memoria, la nostra identità sono messe in gioco quando la forma della città cambia, e non abbiamo difficoltà a immaginare ciò che i suoi più brutali sconvolgimenti hanno potuto rappresentare per coloro che ne sono stati vittime insieme ad essa».

Ci sono uomini dal cuore di pietra e pietre che hanno un cuore, recita un antico detto chassidico, e l’architettura vale qualcosa solo perché ci sono persone che la vivono: se è un’architettura invivibile non vale nulla, non ha, per l’appunto, cuore. Radere al suolo via Madre di Dio ha significato azzerare una comunità, un inestimabile tessuto sociale, sostituendoli con il cemento, cioè con un ingombrante nulla. Un “delitto” che Silingardi ricostruisce con le sue foto inedite, scattate nel corso di quasi mezzo secolo, nel segno di un amore che non è mai venuto meno; ma il libro testimonia anche – nella sezione conclusiva – come la straordinaria vitalità di quel luogo sia sopravvissuta – a dispetto del trascorrere del tempo e dell’oblio culturale – nei ricordi, i più piccoli e frammentari, salvati, come direbbe il poeta Paul Celan, «dal diluvio spumeggiante degli abissi dell’accadere». Anch'io ne ho uno, certamente minimale, ma che voglio aggiungere agli altri… Nei primi anni Sessanta i miei nonni paterni abitavano in via Madre di Dio, in un palazzo con scale strette e ripide che io bambino riuscivo a malapena a salire. Le ho impresse nella memoria, come lo spazzino (come si diceva allora) che, con un grosso sacco, le scendeva lentamente, dopo aver raccolto, porta a porta, la spazzatura; era la materializzazione dell'uomo nero, quello evocato dagli adulti per intimorire i bambini “cattivi”, a me però non faceva nessuna paura, anzi, mi era molto simpatico. Ricordo poi il giorno in cui i nonni celebrarono le loro nozze d'oro, con una messa nella chiesa della Madre di Dio; all'uscita, tutta la famiglia fu immortalata in una foto in cui compaio, tutto contento, in prima fila, con una mantellina e uno strano cappello. Come per tanti altri, quella foto è l’unica cosa che mi resta di via Madre di Dio.

Per finire vorrei solo aggiungere che il libro di Silingardi, commovente ma soprattutto necessario, assume un particolare significato nel momento attuale, in cui Genova si trova di fronte a nuove macerie, quelle del ponte Morandi, e, proprio come dopo una guerra (asimmetrica), è costretta a contare i morti, i feriti, gli sfollati. Anche questi ultimi, come gli abitanti di via Madre di Dio, si trovano sradicati ed estromessi dalla propria comunità, speriamo non in modo irreparabile. Forse, queste due vicende, così lontane fra loro, servono entrambe a rammentarci un principio, tanto semplice quanto disatteso, ovvero che le persone valgono più di qualsiasi rendita.


MADRE!.mp4



Un piccolo video che promuoveva la mostra.
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La mostra ha suscitato un grande interesse e molta nostalgia tra quanti hanno abitato nel quartiere.