Antonio Beato

Da sinistra James Robertson e Felice Beato, di Antonio nessun ritratto!
n°166 Filles barbares a Assouan, in primo piano sul terreno l'ombra del fotografo e della sua attrezzatura, questa è per adesso l'unico ritratto di Antonio!
Carousel imageCarousel imageCarousel imageCarousel imageCarousel imageCarousel imageCarousel imageCarousel imageCarousel imageCarousel image
figura 1 - Temple de Luxor (Beato)1890, l'edificio bianco a fianco del tempio era lo studio, come confermato dalla scritta sulla facciata.
figura 2 - serie significativa di didascalie apposte a matita sul retro delle stampe
figura 3 - n°366 Assiuout la monderiale (?), Antonio Beato. In basso a sinistra si nota il numero 366 scritto a inchiostro, a destra la firma. Nella figura sotto la didascalia con lo stesso numero e la didascalia apposta sul verso a matita.
figura 4 - verso di CdV, l'unico tipo di cui si conosca l'esistenza
figura 5 - Doppia firma, sulla lastra e sulla stampa.
figura 6 - rarissimo esempio di didascalia a inchiostro sul recto della stampa (forse di mano del fotografo) sovrapposta alla firma tracciata sul negativo.
figura 7 - Firma di Felice Beato da una CdV dello studio di Mandalay

Antonio Beato, il fotografo di Luxor.

Nel 1978 esce una monografia su un fotografo allora quasi sconosciuto, Antonio Felice Beato. Il fascicolo è intitolato “Album Egiziano” ed è curato da Italo Zannier; presenta alcune fotografie scattate intorno al 1860 in Egitto che sono parte della collezione di Zannier. L’autore ritiene che il fotografo che divenne famoso in Oriente con i suoi reportage sulla guerra di Crimea e le sue foto giapponesi sia autore anche delle fotografie dell’Egitto, del Sudan e della Palestina di quegli anni e di quelli successivi. Parlando del massacro di Lucknow a seguito della rivolta in India, le cui conseguenze furono fotografate da Beato nel 1858, Zannier commenta: “Le foto di Felice Antonio Beato (che nel frattempo si firma alternativamente con l’uno o l’altro dei nomi creando l’equivoco che si tratti di due fratelli) inglobano anche innumerevoli cadaveri […]”. Per molti anni si è pensato quindi che il fotografo Beato fosse una persona con due nomi, Antonio e Felice, alimentando così il mistero relativo alla presenza quasi contemporanea di un Beato fotografo in posti diversi e molto distanti, come il Giappone e l’Egitto. Il malinteso era supportato dal fatto che, secondo molti storici, entrambi i loro nomi sarebbero apparsi su alcune fotografie, siglate sulla lastra o sulla stampa Antonio Felice Beato. Personalmente non ho mai avuto modo di vedere stampe con questa firma a due nomi e non ne ho trovato traccia, come peraltro non c’è traccia di stampe firmate da Felice Beato. In tempi recenti alcune ricerche hanno portato alla scoperta sul giornale francese Moniteur de la photographie (1° giugno 1886) di una lettera scritta da Antonio in cui puntualizza di non essere l’esecutore delle fotografie esotiche del Giappone, India e Sudan esibite in quel periodo a Londra, di cui il giornale aveva dato notizia; le foto erano invece del fratello, Monsieur Felice Beato. Quindi la confusione dei ruoli era già un problema del tempo! Antonio, nato probabilmente intorno al 1835, muore a Luxor nel 1906. Felice era suo fratello maggiore (forse nato nel 1832 e morto nel 1909). Vi è ancora incertezza sulla nazionalità, il luogo di nascita e le date di nascita e morte di Antonio e Felice Beato. Nissan Perez sostiene che i fratelli Beato fossero orfanelli veneti. Sono stati definiti veneziani e britannici, il cognome è chiaramente italiano; anche se non si è riusciti ancora a scoprire il loro luogo di nascita reale, è possibile fosse Venezia (o il Veneto), Costantinopoli o forse l'isola greca di Corfù. Corfù ha cambiato padrone molte volte durante la storia e fu, per un certo tempo, veneziana, diventò territorio britannico nel 1815 e fu definitivamente sotto il controllo greco nel 1864. Come riporta Colin Osman, Antonio raccontò al suo medico che soffriva di bronchite cronica dalla sua vita in Italia. Nel 1858 Felice è stato citato in una pubblicazione indiana come nativo delle isole ioniche, per di più un Beato viene nominato console generale della Grecia in Giappone nel 1873. Uno dei pochi documenti ufficiali decreta che la famiglia Beato si registra presso il consolato britannico a Costantinopoli nel 1844, vengono menzionati il padre David, il figlio maggiore Sebastiano e Felice.

Non si conoscono molti particolari della vita di Antonio e Felice sino alla seconda metà dell’800. Felice intorno al 1850 apre uno studio a Pera insieme all'inglese James Robertson, noto fotografo. Robertson sposa in seguito Maria Matilde, la sorella di Antonio e Felice. Probabilmente intorno al 1855 i fratelli si dividono, infatti Felice in comincia le sue avventure in estremo oriente, mentre Antonio si trasferisce in Egitto e vi rimane per sempre. Di Antonio non abbiamo neanche un ritratto, mentre di Felice si conoscono una o due ritratti fotografici.

Antonio dunque va in Egitto, forse per motivi di salute (il clima del sud est asiatico era troppo umido per lui, che come abbiamo visto soffriva di bronchite cronica) e apre un atelier al Cairo, in Rue de Muski, vicino al mitico Shephard’s Hotel, intorno al 1860. Muski è un quartiere molto vivace che ospita molti studi fotografici, come Edelstein e Fasani & Grives. Nei primi anni ‘60 apre uno studio anche a Luxor, che diventerà la sua sede principale. Esiste una fotografia (figura 1) che mostra accanto al tempio un piccolo edificio bianco sulla cui facciata si legge “Photographie”, sicuramente il suo studio. Un’altra fotografia, ripresa lateralmente rispetto alla prima, riporta, seppure sfuocato, anche il nome. Un viaggiatore del tempo, W.J. Murnane, ne da una descrizione “... [Antonio Beato] ...vivait dans une maison construite pour lui entre la grande colonnade du temple et le Nil et gagnait sa vie en vendant aux touristes des tirages photographiques des monuments thébain”.

Antonio fotografa solamente l'Egitto, realizzando migliaia di immagini. Tra le poche prove documentali della vita e del lavoro di Antonio Beato curiosamente possiamo annoverare l’annuncio che la moglie del fotografo pubblica alla sua morte su alcuni giornali specializzati per vendere lo stabilimento fotografico, l’attrezzatura, le lastre e addirittura il marchio di fabbrica, l’orgogliosa firma A. Beato che ritroviamo riprodotta su quasi tutte le stampe giunte sino a noi.

L’annuncio descrive i termini della vendita: “stabilimento fotografico con casa in Luxor, Alto Egitto. La casa è situata presso il Luxor Hotel e fa angolo alle due principali vie della città; esso è composto da un pianterreno con tre stanze, un balcone, cucina, gabinetto e pianerottolo. Sul terrazzo, oltre lo spazio per la stampa, vi sono ancora tre stanze per il lavoro, cioè per sensibilizzare la carta, camera delle negative ecc”. È interessante la descrizione dello stabilimento perché è abbastanza raro trovare indicazioni così precise degli spazi di lavoro dei fotografi dell’epoca; la parte più importante è il terrazzo, ovvero dove si stampavano effettivamente le fotografie, esponendo alla luce del sole i telai con le lastre e i fogli di carta albuminata. Un sicuro acquirente di parte dell’archivio è l'archeologo Gaston Maspero che già aveva avuto contatti di lavoro con Antonio; egli acquista negativi e stampe per i Musei Bulaq e Giza, da lui diretti. Al museo nazionale del Cairo, nell'archivio che porta il nome di Maspero, siano conservate oggi alcune centinaia di stampe e di lastre di vario formato. Di tutto il grande patrimonio di immagini lasciato da Antonio Beato restano relativamente poche tracce in archivi e collezioni private e pubbliche. Le fotografie di Antonio in Egitto sono presenti nella maggior parte degli album di foto raccolti negli anni a cavallo del secolo. La sua produzione comprende tutte le tipologie classiche di foto dell’epoca quali il paesaggio, l’architettura, i siti archeologici, le foto di costume e di genere. Forse per un certo periodo Antonio è socio di Hippolyte Arnoux, ma non abbiamo prove certe. Un particolare da approfondire riguarda le cartoline postali citate nell'annuncio, decine di migliaia di copie; non sono note cartoline firmate da Antonio, probabilmente venivano stampate sotto un marchio diverso. La catalogazione delle fotografie di Antonio Beato presenta difficoltà maggiori rispetto a quella di altri fotografi del tempo; ciò è dovuto principalmente al fatto che Antonio non ha l’abitudine di numerare le fotografie in modo inequivoco, ovvero sulla lastra. Non usa nemmeno riportare una didascalia descrittiva, come facevano quasi tutti i suoi colleghi.

L’unica traccia di una numerazione è costituita dalla scritta a matita grassa che spesso (ma non sempre) si trova sul retro delle sue stampe all'albumina. Non vi è certezza che le scritte siano apposte di suo pugno, anche perché se ne trovano di due o tre calligrafie differenti, addirittura alcune sono scritte in inglese e alcune in francese. Sulla base delle scritte trovate Fototeca ha tentato di creare un elenco delle fotografie (vedi documento a fondo pagina), ma, come si può immaginare, l’impresa è molto ardua. Si può dare un numero a circa 150 riprese, mentre per altre 250 abbiamo la certezza dell’attribuzione (comprovata dalla firma) ma non un numero. C’è da domandarsi come facesse lo studio Beato a soddisfare le richieste di stampe, mancando numeri, didascalie e cataloghi a stampa come usavano i Bonfils o i Sébah. Dall'inventario dei beni in vendita abbiamo visto che c’erano degli album campionari, forse su quegli album erano riportati gli estremi per ottenere le stampe. Nella tabella di figura 2 è riprodotta una serie significativa di didascalie apposte a matita sul retro delle stampe di Antonio Beato. Naturalmente sono riportate solo didascalie poste sul retro di stampe firmate sul recto con una delle firme tipizzate nella tabella successiva. La presenza delle didascalie è importante poiché nella quasi totalità essa riporta anche un numero di catalogo ed è l’unico numero utile per ricostruire un catalogo ragionato, infatti come abbiamo già visto non esiste (o non è ancora conosciuto) un catalogo con numeri e didascalie come d’uso tra i professionisti dell’epoca. La calligrafia delle didascalie non è sempre la stessa, probabilmente qualcuna è scritta da Antonio, qualcuna dalla moglie, altre forse dai lavoranti dello studio; è interessante notare come si possono trovare due didascalie uguali ma scritte con calligrafie diverse, come ad esempio la n°168 Bazar de cannes a sucre. Questo vuole dire che le stampe venivano eseguite probabilmente su commissione e per contrassegnarle venivano identificate sul retro da chi era al lavoro in studio in quel momento.

Un'altra verifica della validità di queste ipotesi viene dall'esame della foto n° 366 riprodotta in figura 3. In questo caso la stampa all'albumina (conservata in Fototeca) riporta eccezionalmente oltre alla firma A. Beato sulla lastra a destra, anche un numero a inchiostro sulla sinistra. Il numero 366 è anche scritto a matita sul retro, come si vede nella figura successiva. Ulteriore conferma che esisteva un ordine numerico delle riprese, anche se non ne conosciamo ancora la struttura.

Antonio Beato ha lasciato dietro di sé una certa confusione, come abbiamo avuto modo di appurare; a inizio carriera lavora e probabilmente firma le foto con suo fratello Felice e con James Robertson. Normalmente un grande aiuto ai ricercatori viene dall'esame delle fotografie di studio tipo Carte de Visite o Cabinet, che abitualmente riportano interessanti informazioni quali indirizzo, collaborazioni, premi ricevuti, brevetti utilizzati. Purtroppo Antonio Beato ha avuto una scarsa produzione di foto da studio, in realtà ad oggi si conosce un solo tipo di CdV, quello riportato nella figura 4.

Dopo la separazione dal fratello e dal cognato le sue fotografie sono firmate semplicemente A.Beato; semplicemente non è la parola giusta, visto che in alcune stampe la firma assume proporzioni epiche e a volte si raddoppia, una sulla lastra con timbro in gomma ed una sulla stampa a inchiostro (vedi figura 5)! La firma comunque non la metteva sempre di suo pugno, considerate le differenze che si possono vedere negli esempi riportati nel seguito, tratti da un lavoro più ampio dell’autore. Un raro esempio di didascalia a inchiostro sul recto è riportata in figura 6. Per completezza riporto anche il marchio degli anni orientali di Felice, nel suo studio di Mandalay. La sua firma (figura 7) ha una discreta somiglianza con quella del fratello, a migliaia di chilometri di distanza!

In qualche modo il lavoro di Antonio Beato è ancora vivo, infatti, anche se, come abbiamo visto, alla sua morte nessuno della famiglia continua la sua attività, il suo archivio e le sue attrezzature vengono rilevate dal suo assistente, Attaya Gaddis (1889-1972) che, anche in società con Seif, tramanderà l’attività ai suoi discendenti sino ai giorni nostri. Molte cose sono ancora da scoprire su Antonio Beato, sulla sua vita e sul suo lavoro. Forse potremo finalmente vedere il suo viso, sembra impossibile che non esista un solo ritratto di uno dei più interessanti fotografi dell’800, il fotografo che viveva e lavorava dentro un tempio egizio, il tempio della fotografia.

negativi generale Beato2020.pdf
Elenco parziale delle fotografie di Antonio Beato basato sulla numerazione a matita sul verso delle stampe.

Antonio Beato, the Luxor photographer.

In 1978 a monograph was published on an then almost unknown photographer, Antonio Felice Beato. The file is titled "Egyptian Album" and is edited by Italo Zannier; it presents some photographs taken around 1860 in Egypt that are part of the Zannier collection. The author believes that the photographer who became famous in the East with his reports on the Crimean war and his Japanese photos was also the author of the photographs of Egypt, Sudan and Palestine of those years and subsequent years. Speaking of the Lucknow massacre following the revolt in India, the consequences of which were photographed by Beato in 1858, Zannier comments: “The photos of Felice Antonio Beato (who in the meantime has signed himself alternately with one or the other of the names creating the misunderstanding that they are two brothers) also include innumerable corpses [...] ". For many years it was therefore thought that the photographer Beato was a person with two names, Antonio and Felice, thus fueling the mystery related to the almost contemporary presence of a Blessed photographer in different and very distant places, such as Japan and Egypt. The misunderstanding was supported by the fact that, according to many historians, both of their names would have appeared on some photographs, initialed on the plate or in the Antonio Felice Beato print. Personally, I have never had the opportunity to see prints with this two-name signature and I have not found any trace of it, as there is no trace of prints signed by Felice Beato. In recent times some research has led to the discovery in the French newspaper Moniteur de la photographie (1 June 1886) of a letter written by Antonio in which he points out that he is not the executor of the exotic photographs of Japan, India and Sudan exhibited at that time in London, of which the newspaper had given notice; the photos were of his brother, Monsieur Felice Beato. So the confusion of roles was already a problem of the time! Antonio, probably born around 1835, died in Luxor in 1906. Felice was his older brother (perhaps born in 1832 and died in 1909). There is still uncertainty about the nationality, the place of birth and the dates of birth and death of Antonio and Felice Beato. Nissan Perez claims that the Beato brothers were Venetian orphans. Venetians and British have been defined, the surname is clearly Italian; even if they have not yet managed to discover their real birthplace, it is possible that it was Venice (or Veneto), Constantinople or perhaps the Greek island of Corfu. Corfu has changed masters many times throughout history and was, for a time, Venetian, became British territory in 1815 and was definitively under Greek control in 1864. As reported by Colin Osman, Antonio told his doctor that he suffered from chronic bronchitis from his life in Italy. In 1858 Felice was mentioned in an Indian publication as a native of the Ionian islands, moreover a Blessed was appointed consul general of Greece in Japan in 1873. One of the few official documents decrees that the Blessed family registers at the British consulate in Constantinople in 1844, father David, the eldest son Sebastiano and Felice, are mentioned.

Not many details of Antonio and Felice's life are known until the second half of the 19th century. Felice around 1850 opens a studio in Pera together with the English photographer James Robertson. Robertson later married Maria Matilde, the sister of Antonio and Felice. Around 1855 the brothers probably split, in fact Felice began his adventures in the Far East, while Antonio moved to Egypt and remained there forever. We don't even have a portrait of Antonio, while Felice knows one or two photographic portraits.

Antonio therefore goes to Egypt, perhaps for health reasons (the climate of Southeast Asia was too humid for him, who as we have seen suffered from chronic bronchitis) and opens an atelier in Cairo, in Rue de Muski, near the legendary Shephard's Hotel , around 1860. Muski is a very lively neighborhood that hosts many photographic studios, such as Edelstein and Fasani & Grives. In the early 1960s, he also opened a studio in Luxor, which would become his main office. There is a photograph (figure 1) that shows next to the temple a small white building on whose facade we read "Photographie", certainly his study. Another photograph, taken laterally compared to the first, also reports the name, albeit out of focus. A time traveler, W.J. Murnane gives a description of it "... [Antonio Beato] ... vivita dans une maison construite pour lui entre la grande colonnade du temple et le Nil et gagnait sa vie en vendant aux touristes des tirages photographiques des monuments thébain".

Antonio only photographs Egypt, making thousands of images. Antonio only photographs Egypt, making thousands of images. Among the few documentary proofs of Antonio Beato's life and work we can curiously include the announcement that the photographer's wife publishes at his death in some specialized newspapers to sell the photographic establishment, the equipment, the plates and even the trademark , the proud signature A. Beato that we find reproduced on almost all the prints that have come down to us.

The announcement describes the terms of the sale: "photographic establishment with house in Luxor, Upper Egypt. The house is located at the Luxor Hotel and is on the corner of the two main streets of the city; it is composed of a ground floor with three rooms, a balcony, kitchen, toilet and landing. On the terrace, besides the space for printing, there are still three rooms for work, that is, to sensitize the paper, negative room, etc. " The description of the establishment is interesting because it is quite rare to find such precise indications of the work spaces of the photographers of the time; the most important part is the terrace, which is where the photographs were actually printed, exposing the frames with the plates and sheets of albumin paper to sunlight. A sure buyer of part of the archive is the archaeologist Gaston Maspero who had already had business contacts with Antonio; he buys negatives and prints for the Bulaq and Giza Museums, which he directs. At the national museum of Cairo, in the archive that bears the name of Maspero, some hundreds of prints and plates of various sizes are preserved today. Of all the great patrimony of images left by Antonio Beato, relatively few traces remain in archives and private and public collections. Antonio's photographs in Egypt are present in most of the photo albums collected over the years at the turn of the century. Its production includes all the classic types of photos of the time such as the landscape, architecture, archaeological sites, photos of customs and genres. Perhaps for a while Antonio is a partner of Hippolyte Arnoux, but we have no proof. A detail to be explored concerns the postcards mentioned in the announcement, tens of thousands of copies; postcards signed by Antonio are not known, they were probably printed under a different brand. The cataloging of Antonio Beato's photographs presents greater difficulties than that of other photographers of the time; this is mainly due to the fact that Antonio does not have the habit of numbering photographs unequivocally, or on the plate. Nor does he use to report a descriptive caption, as most of his colleagues did.

The only trace of a numbering is the fat pencil writing that is often (but not always) found on the back of his albumin prints. There is no certainty that the writings are affixed in his own hand, also because there are two or three different calligraphies, some are even written in English and some in French. On the basis of the writings found, an attempt was made to create a list of the photographs, but, as you can imagine, the undertaking is very difficult. You can give a number about 150 shots, while for another 250 we have the certainty of the attribution (proven by the signature) but not a number. The provisional catalog is shown in the appendix. One wonders how the Beato studio could satisfy the requests for prints, lacking numbers, captions and printed catalogs as the Bonfils or the Sébah used. From the inventory of the goods on sale, we saw that there were sample albums, perhaps on those albums there were the details to get the prints. The table in figure 2 reproduces a significant series of captions affixed in pencil on the back of the prints by Antonio Beato. Of course, only captions are placed on the back of prints signed on the front with one of the signatures typed in the following table. The presence of captions is important because in almost all of them it also contains a catalog number and is the only number useful for reconstructing a reasoned catalog, in fact, as we have already seen, a catalog with numbers and captions does not exist (or is not yet known) as usual among the professionals of the time. The calligraphy of the captions is not always the same, probably someone is written by Antonio, someone by his wife, others perhaps by the studio workers; it is interesting to note how two identical captions can be found but written with different calligraphies, such as the No. 168 Bazar de cannes a sucre. This means that the prints were probably made on commission and to mark them they were identified on the back by those who were at work in the studio at the time.Another verification of the validity of these hypotheses comes from the examination of the photo n ° 366 reproduced in figure 3. In this case the albumin print (kept in the Photo Library) exceptionally shows besides the signature A. Beato on the plate on the right, also an ink number on the left. The number 366 is also written in pencil on the back, as seen in the next figure. Further confirmation that there was a numerical order of filming, even if we do not yet know its structure.

Antonio Beato has left behind some confusion, as we have been able to ascertain; at the beginning of his career he works and probably signs the photos with his brother Felice and James Robertson. Normally a great help to researchers comes from the examination of study photographs such as Carte de Visite or Cabinet, which usually contain interesting information such as address, collaborations, awards received, patents used. Unfortunately Antonio Beato has had a low production of studio photos, in reality only one type of CdV is known today, the one shown in figure 4.

After the separation from his brother and brother-in-law, his photographs are simply signed A.Beato; it is simply not the right word, since in some prints the signature takes on epic proportions and sometimes doubles, one on the plate with a rubber stamp and one on the ink print (see figure 5)! However, the signature did not always put it in his own hand, given the differences that can be seen in the examples below, taken from a larger work by the author. For completeness, I also report a CD with the mark of the oriental years of Felice, in his studio in Mandalay. His signature has a fair resemblance to that of his brother, thousands of miles away!

Somehow the work of Antonio Beato is still alive, in fact, even if, as we have seen, none of the family continues his activity at his death, his archive and his equipment are taken over by his assistant, Attaya Gaddis (1889- 1972) which, even in partnership with Seif, will pass the business on to its descendants to the present day. Many things are still to be discovered about Antonio Beato, his life and his work. Maybe we can finally see his face, it seems impossible that there is not a single portrait of one of the most interesting photographers of the 19th century, the photographer who lived and worked inside an Egyptian temple, the temple of photography