Abdullah frères

Kevork, Hovsep, e Vicen Abdullah
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Il Sultano Abdulaziz in una fotografia ufficiale degli Abdullah frères
Alcuni esempi di firma e didascalia usate sulle stampe
n°315 [Harem]
Una ricevuta datata 1873 firmata Abdullah frères

Abdullah frères, tre fratelli armeni.

Asdvadzadur Hurmuzyan era un mercante armeno e viveva con la famiglia a Costantinopoli. L’uomo viveva una vita agiata e piena di soddisfazione, ma aveva un problema: nel suo ambiente di lavoro lo spingevano a diventare musulmano. La sua posizione era in effetti delicata, poiché egli era uno dei fornitori della corte di Abdulhamid I° ! Asdvazdur era un uomo intelligente ed abile e trovò una mediazione onorevole; egli disse che non intendeva convertirsi, ma avrebbe tradotto il suo cognome, che in armeno significava “consacrato a Dio” in Abdullah, in turco “servitore di Dio”. Il compromesso fu accettato e da quel momento la famiglia fu conosciuta come Abdullah. Asdvadzadur Hurmuzyan era il nonno di tre nipoti che furono tra i migliori fotografi del tempo, conosciuti come gli Abdullah Frères. Vicen, Hovsep e Kevork, conosciuti come gli Abdullah Frères, appartengono quindi alla grande famiglia dei fotografi armeni, veri mattatori nella fotografia ottomana. Vicen cominciò a lavorare come ritoccatore da un chimico e fotografo tedesco, Rabach, che aveva aperto uno studio nel quartiere di Beyazid nel 1856. Quando Rabach tornò in Germania i fratelli rilevarono lo studio; cominciò così una delle più straordinarie avventure nella storia della fotografia, che doveva durare molti anni. I primi tempi i fratelli lavorarono duramente e non si limitarono all'uso della dagherrotipia, allora in grande considerazione, ma sperimentarono nuove tecniche, andando anche ad imparare nel cuore della nascente industria fotografica, Parigi. Il tour europeo avrebbe dato i suoi frutti. Infatti al loro ritorno i fratelli Abdullah potevano vantare una rara conoscenza delle più avanzate tecniche fotografiche, che presto cominciarono ad applicare nel nuovo studio aperto a Pera. Nel 1863 la grande occasione: il gran visir li presentò a corte, per fare un ritratto del sultano Abdulaziz, insoddisfatto del lavoro del suo fotografo di allora, il francese Derain. Abdulaziz fu entusiasta del lavoro degli Abdullah, e permise loro di fregiarsi del titolo di Artisti di Sua Maestà.

Il ruolo di primo piano degli Abdullah risalta già nello stesso anno, in occasione della prima Esposizione Ottomana. L’esposizione celebrava i fasti dell’Impero in tutti i campi dell’industria, dell’agricoltura e delle arti; nel campo della fotografia gli Abdullah furono i mattatori assoluti. Nel 1867 li troviamo ancora protagonisti all'esposizione internazionale di Parigi. L’occasione era straordinaria, infatti per la prima volta nella storia un sultano ottomano compì una visita di Stato in Europa, e il motivo era la promozione dell’immagine dell’impero nel mondo occidentale. I padiglioni ottomani mostravano quanto di meglio veniva prodotto nell'immenso impero, dalle stoffe ai vini, dalle ceramiche ai gioielli e così enumerando. Uno dei cardini principali dell’orgoglio ottomano era dimostrare l’integrazione e l’armonia che regnavano tra le mille etnie assoggettate dall'impero, dai Serbi dell’Europa del Sud agli Arabi dell’Africa del Nord. Come abbiamo già notato, l’impero aveva capito quale formidabile strumento di propaganda poteva essere la fotografia e i fratelli Abdullah a Parigi ne divennero la forza principale, acquisendo anche uno status internazionale.

Una parte importante del lavoro degli Abdullah si svolgeva in studio, dove erano autentici maestri nel preparare scenografie e illuminazioni per i loro ritratti, naturalmente utilizzando esclusivamente la luce naturale che entrava dai lucernai appositamente installati. Un’opera monumentale in 51 volumi, una vera completa panoramica enciclopedica dell’Impero Ottomano, fu commissionata dal Sultano Abdul Hamid II, e coinvolse più di mezza dozzina di studi fotografici. La campagna di riprese fu diretta dai tre fratelli. Il lavoro fu concepito dal sultano per presentare all'esposizione Internazionale Colombiana del 1892 un ritratto dell’Impero, ma in realtà non fu esibito. L’opera si soffermava in particolare sulle realizzazioni dell’Impero e sulla occidentalizzazione del regime, come la trivellazione di pozzi, l’equipaggiamento militare, le moderne unità di salvataggio e antincendio e la vita della fastosa corte imperiale. Una copia dell’opera fu presentata dal Sultano Abdul-Hamid alla Library of Congress nel 1894.

Il destino era però in agguato e un grave incidente costò agli Abdullah la revoca della qualifica di fornitori reali. Si era appena conclusa la guerra Russo-Ottomana con la sconfitta degli ottomani e l’esercito russo era accampato alla periferia di Costantinopoli. Il Gran Duca Nicola fece chiamare i fratelli Abdullah per ritrarre un gruppo dei suoi ufficiali; alla fine del lavoro Kevork propose a Nicola un ritratto e lo invitò a pranzo a casa sua. Kevork si sentiva forte della sua fama internazionale e commise un imperdonabile leggerezza; venne accusato immediatamente di essere al servizio del nemico vittorioso. Allo studio fu revocata la qualifica di fornitori della corte, con immediata revoca della concessione del cartiglio imperiale che campeggiava sulla carta intestata e sul retro delle stampe. Solo nel 1890, dopo intercessioni da parte di molti personaggi importanti, il cartiglio fu nuovamente concesso. La punizione peggiore fu un editto di Abdul-Hamid II che vietava il possesso di tutte le fotografie del Sultano scattate senza il suo diretto permesso; lo studio degli Abdullah Frères venne perquisito e tutte le foto del sultano sequestrate e distrutte.

Ma gli intrepidi fratelli non si fecero abbattere e andarono avanti, cercando nuove strade da percorre. L’occasione si presenta nel 1886 con l’invito da parte del Khedive d’Egitto a visitare il Cairo e studiare la possibilità di aprirvi una filiale. Kevork e Hovsep accolsero l’invito e ben presto lo studio del Cairo fu una realtà operativa. Anche in terra egiziana la professionalità e l’entusiasmo portarono agli Abdullah un successo immediato. Kevork intraprese un primo viaggio lungo il Nilo per visitare e fotografare le vestigia storiche del paese, al seguito del Khedive. Il viaggio durò quaranta giorni e Kevork tornò entusiasta e carico di lastre scattate a Karnak, Assuan, alle cataratte del Nilo e a tutto ciò che aveva attirato la sua attenzione; questo materiale costituisce la base di quella che sarebbe diventata una delle maggiori fonti documentarie sull'Egitto antico. Dal verso di una CdV sappiamo che per un certo periodo ebbero anche uno studio a Smirne (vedi foto in fondo alla pagina). Nel 1890 si verifica uno strano episodio: i loro principali concorrenti, Sébah & Joaillier vendono agli Abdullah un grosso quantitativo di lastre originali. Non sappiamo esattamente come andò la storia, ma gli Abdullah aggiunsero alle loro stampe la scritta “Sébah & Joaillier successeurs”, come si può vedere nell'ultima immagine a destra in fondo alla pagina.

Nel 1895 Kevork dovette abbandonare definitivamente lo studio del Cairo, poiché i fratelli non erano in grado di contrastare in patria la concorrenza degli emergenti come Sébah & Joaillier e Bogos Tarkulian, il titolare di Photo Phebus. Nel 1900, allo spegnersi del secolo che li aveva visti trionfanti, gli Abdullah cedono il loro studio, le attrezzature e l’archivio a Sébah & Joaillier.

Catalogazione dei negativi.

Il corpus dei negativi conosciuti comprende fondamentalmente due serie, una per le foto di ambientazione egiziana, dal n°1 al n° 500 (circa) e l’altra per la Turchia, numerata dal n°1 al n°1000 (circa). La serie più completa è sicuramente quella contenuta nei 51 album fotografici prodotti per conto del Sultano Abdul Hamid e inviata ai principali interlocutori politico economici dell’epoca, Stati Uniti e Inghilterra. Sul sito della Biblioteca del Congresso Americana sono consultabili le 1203 fotografie della “Collezione Abdul Hamid”.

Esempio di una delle fotografie "istituzionali" commissionate dal Sultano
Lo studio degli Abdullah frères produsse una quantità smisurata di foto di studio, in particolare Cabinet e CdV, il verso varia moltissimo a secondo degli anni di produzione, si contano a dozzine dal disegno differente, qui solo alcuni esempi. Nell'ultima a destra si legge "Abdullah fères fils", erano entrati in ditta uno o più figli.
The Abdullah frères studio produced an immense quantity of studio photos, in particular Cabinet and CdV, the verse varies greatly according to the years of production, there are dozens of different designs, here are just a few examples. The last one on the right reads "Abdullah fères fils", one or more son had entered the company.


questa recita "S(ébah)&J(oaillier) successeurs

Abdullah frères, three armenian brothers

Asdvadzadur Hurmuzyan was an Armenian merchant and lived with his family in Constantinople. The man lived a comfortable and contented life, but he had a problem: in his work environment they pushed him to become a Muslim. His position was indeed delicate, since he was one of the suppliers of the court of Abdulhamid I °! Asdvazdur was an intelligent and skillful man and found honorable mediation; he said he did not intend to convert, but would translate his surname, which in Armenian meant "consecrated to God" in Abdullah, in Turkish "servant of God". The compromise was accepted and from then on the family was known as Abdullah. Asdvadzadur Hurmuzyan was the grandfather of three grandchildren who were among the best photographers of the time, known as the Abdullah Frères. Vicen, Hovsep and Kevork, known as the Abdullah Frères, therefore belong to the large family of Armenian photographers, true matadors in Ottoman photography. Vicen started working as a retoucher from a German chemist and photographer, Rabach, who had opened a studio in the Beyazid neighborhood in 1856. When Rabach returned to Germany the brothers took over the studio; thus began one of the most extraordinary adventures in the history of photography, which was to last many years. The early days the brothers worked hard and did not limit themselves to the use of daguerreotype, then in high regard, but they experimented with new techniques, also going to learn in the heart of the nascent photographic industry, Paris. The European tour would have paid off. In fact, on their return, the Abdullah brothers could boast a rare knowledge of the most advanced photographic techniques, which soon began to be applied in the new studio opened in Pera. In 1863 the great occasion: the grand vizier presented them to court, to make a portrait of the sultan Abdulaziz, dissatisfied with the work of his then photographer, the Frenchman Derain. Abdulaziz was thrilled with the work of the Abdullahs, and allowed them to boast the title of Artists of Her Majesty.

The leading role of the Abdullahs already stands out in the same year, on the occasion of the first Ottoman Exposition. The exhibition celebrated the splendor of the Empire in all fields of industry, agriculture and the arts; in the field of photography the Abdullahs were the absolute goats. In 1867 we still find them protagonists at the international exhibition in Paris. The occasion was extraordinary, in fact for the first time in history an Ottoman sultan made a state visit to Europe, and the reason was the promotion of the image of the empire in the western world. The Ottoman pavilions showed the best that was produced in the immense empire, from fabrics to wines, from ceramics to jewelery and so on. One of the main cornerstones of Ottoman pride was to demonstrate the integration and harmony that reigned among the thousand ethnic groups subjected by the empire, from the Serbs of Southern Europe to the Arabs of North Africa. As we have already noted, the empire understood what a formidable propaganda tool photography could be and the Abdullah brothers in Paris became its main force, also acquiring an international status.

An important part of the Abdullahs' work took place in the studio, where they were authentic masters in preparing sets and lighting for their portraits, naturally using only the natural light that entered from the specially installed skylights. A 51-volume monumental work, a true complete encyclopedic overview of the Ottoman Empire, was commissioned by Sultan Abdul Hamid II, and involved more than half a dozen photographic studios. The shooting campaign was directed by the three brothers. The work was conceived by the sultan to present a portrait of the Empire at the Colombian International Exhibition of 1892, but in reality it was not exhibited. The work focused in particular on the achievements of the Empire and the westernization of the regime, such as the drilling of wells, military equipment, modern rescue and firefighting units and the life of the sumptuous imperial court. A copy of the work was presented by Sultan Abdul-Hamid to the Library of Congress in 1894.

Fate was lurking, however, and a serious accident cost Abdullah the withdrawal of the status of real suppliers. The Russo-Ottoman war had just ended with the defeat of the Ottomans and the Russian army had camped on the outskirts of Constantinople. The Grand Duke Nicola called the Abdullah brothers to portray a group of his officers; at the end of the work Kevork proposed to Nicola a portrait and invited him to lunch at his house. Kevork felt strong of his international fame and committed an unforgivable lightness; he was immediately accused of serving the victorious enemy. At the study, the status of court suppliers was revoked, with immediate revocation of the concession

the imperial cartouche which stood on the letterhead and on the back of the prints. Only in 1890, after intercessions by many important personalities, the cartouche was again granted. The worst punishment was an edict of Abdul-Hamid II which forbade the possession of all the photographs of the Sultan taken without his direct permission; the Abdullah Frères studio was searched and all the sultan's photos seized and destroyed.

But the intrepid brothers did not let themselves down and went on, looking for new ways to go. The opportunity presented itself in 1886 with the invitation by the Khedive of Egypt to visit Cairo and study the possibility of opening a branch there. Kevork and Hovsep accepted the invitation and the study in Cairo was soon an operational reality. Even on Egyptian soil professionalism and enthusiasm brought Abdullahs immediate success. Kevork made a first trip along the Nile to visit and photograph the historical vestiges of the country, following the Khedive. The journey lasted forty days and Kevork returned enthusiastic and loaded with plates taken in Karnak, Aswan, the cataracts of the Nile and all that had attracted his attention; this material forms the basis of what would become one of the major documentary sources on ancient Egypt.

In 1895 Kevork had to definitively abandon the Cairo studio, as the brothers were unable to face the competition of emerging ones such as Sébah & Joaillier and Bogos Tarkulian, the owner of Photo Phebus, at home. In 1900, at the end of the century that had seen them triumphant, the Abdullahs sold their study, equipment and archive to Sébah & Joaillier.